Le Nebbie dei Morti
A Vestenmannavnjar una nave spettrale tiene in ostaggio il porto. Dietro le nebbie e i non morti, una storia d'amore che non voleva finire — e un Lich che non si era arreso.
Il porto che non dormiva
A Vestenmannavnjar si vocifera. Quando il mare fa cose strane, la città lo sente nello stomaco.
La voce era questa: una nave spettrale si aggirava oltre il confine del porto, e le navi che si avvicinavano affondavano. Chi dava la colpa ai fantasmi, chi ai non morti. Il porto era bloccato, i commerci fermi, e la paura stava diventando più pericolosa della nebbia.
Ferma in porto c’era anche la Regina delle Tempeste, una caravella di ottima fattura che non poteva salpare finché quella cosa là fuori continuava ad affondare navi. A portarla fuori avrebbe dovuto pensarci uno del gruppo.
Nella bacheca del cantiere navale al numero 12, un posto che puzza di catrame e ospita più voci che clienti, era comparso un avviso. Ricompensa generosa. Oro, passaggi, favori. La lista era vaga quanto basta.
La nave che si muoveva da sola
Il gruppo si procurò un peschereccio e uscì dal porto.
La nave spettrale era lì, immobile nella nebbia, senza bandiera. Senza equipaggio vivo, più precisamente: a bordo c’erano scheletri, non molti, nessuno che comandasse. Si muovevano senza scopo.
Prima che il gruppo decidesse il passo successivo, la nave si mosse. Da sola, senza vento sufficiente a giustificarlo, virò verso sud-ovest e riprese il largo. Seguirla era l’unica cosa sensata.
L’isoletta e il cimitero
La nave spettrale si fermò al largo di uno scoglio senza nome. Palme, silenzio, un cimitero che nessuno visitava da anni.
Le lapidi erano antiche, alcune abbattute. Molte bare disseppellite, coperchi aperti, tombe vuote. Una nebbia verdognola rasoterra rendeva impossibile capire dove finissero i sentieri. Sotto il mausoleo centrale c’era una stanza: bare accatastate, qualcosa che si muoveva nell’ombra.
E in fondo, sola, meglio conservata di tutto il resto: una bara con sopra una rosa fresca.
Helena Thomassen
Dentro c’era una donna. Helena Thomassen, secondo l’iscrizione sulla lapide. Morta da anni, ma con una rosa che non appassiva.
Quello che stava cercando di riportarla in vita era suo marito.
Il Lich emerse dall’ombra, o forse era già lì. Aveva rinunciato a tutto tranne a una cosa, e per quella cosa aveva fatto affondare navi. Aveva risvegliato i morti del cimitero per proteggere il suo lavoro. La nave spettrale serviva a tenere lontani i curiosi.
Non era interessato a trattare. Prima di combattere tentò qualcosa di peggio: entrare nelle teste del gruppo, uno per uno, usare le loro voci e i loro ricordi.
Non ci riuscì.
La fine
La battaglia fu dura. Il Lich cadde.
Helena rimase morta. La rosa, ancora fresca, ancora intera, rimase nella tomba. Nessuno la toccò.
Sul molo aspettava un vecchio, parente lontano di Helena. Come avesse saputo della spedizione non era chiaro. Spiegò quello che sapeva: chi era lei, cosa era diventato suo marito, quanto tempo ci aveva messo. Non era una storia che finiva bene — finiva e basta.
La Regina delle Tempeste uscì dal porto con la prua verso Castille. Vestenmannavnjar festeggiò. Il gruppo prese la ricompensa e andò avanti.