La Spilla Cobalto
Un misterioso committente, un gioiello perduto in fondo al mare, una battaglia navale e un mostro nelle viscere di un'isola dimenticata dalle carte nautiche.
La Leggenda di Maria Del Carmen Valdés
Prima che la storia cominci, bisogna raccontare un’altra storia.
Si dice che molti anni fa, a Puerto del Sur, vivesse una giovane donna di nome Maria Del Carmen Valdés — bellissima, figlia di un ricco mercante che la teneva rinchiusa nel suo palazzo come si tiene chiusa in cassaforte una moneta preziosa. Ogni sera, al tramonto, Maria si sedeva sul terrazzo a guardare il mare.
E il mare, un giorno, rispose.
Un uomo emerse dalle acque: capelli neri come l’oceano più profondo, pelle blu come il più raro degli zaffiri, sorriso bianco come le perle degli abissi. Tornò ogni tramonto per settimane. Maria se ne innamorò. Scappò. Sparì tra i flutti, portando con sé soltanto le vesti che indossava e la spilla di color cobalto che le aveva lasciato sua madre.
Il padre promise una ricompensa generosa a chi l’avesse riportata. La spilla era la ricompensa.
Di Maria e del suo misterioso amante non si seppe più nulla.
La Posada de los Milagros
“Una volta un morto ha assaggiato la zuppa piccante di Andres. Ora è vivo.”
— Avventore della locanda
La Posada de los Milagros — la Locanda dei Miracoli — è uno di quei posti che esistono solo nei porti: half-osteria, half-museo di ninnoli pirateschi, interamente rumorosa. Tutte le sere Fernando de la Suerte suona sul piccolo palco al centro della sala, e tutte le sere qualcuno litiga o balla o fa entrambe le cose.
È qui che il gruppo ricevette la convocazione.
José Montes li aspettava a un tavolo appartato, l’aria di un uomo che ha già calcolato il prezzo di tutto e sta verificando se il conto torna. Li fece accomodare, ordinò da bere, e andò dritto al punto: voleva la Spilla Cobalto. Sapeva dove cercarla — o credeva di saperlo. Il problema era che anche Cecilia Blazquez, sua rivale di lunga data, sembrava aver fiutato la stessa pista, e Montes non aveva nessuna intenzione di lasciarle la soddisfazione di trovare il gioiello per prima.
L’offerta era generosa. La destinazione era La Isla de Riocante.
Si partiva l’indomani mattina.
El Sol Rampante
“Se due sassi, della sabbia e una palma si possono definire isola, allora io sono uno gnomo.”
— Emilio Rivera, Nostromo
La El Sol Rampante non era la nave più bella del porto di Puerto del Sur — ma era tirata a lustro, e la ciurma era fedele come pochi. Una decina di uomini e donne provenienti da ogni angolo di Théah, non particolarmente abili, ma disposti a seguire il loro capitano fino in capo al mondo. O almeno fino a un’isola senza nome a mezza giornata di navigazione verso Sud-Ovest.
Il mare era piatto. Il sole scottava. Sembrava quasi una traversata tranquilla.
Poi all’orizzonte apparve uno scafo grigio come il manto di un ratto, e poco dopo una palla di cannone sollevò un geyser d’acqua a pochi metri dalla fiancata.
Tre ondate di abbordatori. Lo scricchiolio del legno, la polvere da sparo, qualcuno che urlava di un rapimento. La El Sol Rampante resistette. La nave grigia alla fine si allontanò, o quel che ne restava.
La costa dell’isola era già visibile all’orizzonte.
La Isla de Riocante e il Cangrejo
“C’è chi dice che peggio della piovra degli abissi non ci sia nulla. Non conosce Il Cangrejo.”
— Leggenda marinaresca
La Isla de Riocante era esattamente quello che sembrava da lontano: due sassi, della sabbia e qualche palma. Ma le palme erano fitte, l’isola era coperta da un tappeto vivente di granchi di ogni colore e dimensione, e al centro c’era uno stagno strano — quello in cui i granchi sparivano.
Sotto lo stagno, un passaggio. Sotto il passaggio, una grotta.
La grotta era meravigliosa: cristalli che catturavano i pochi raggi di luce e li rimandavano in ogni direzione, come essere dentro una gemma. Era anche il covo di El Cangrejo — una creatura degli abissi, un granchio delle profondità delle dimensioni sbagliate, con un guscio chitinoso che sembrava ridere di spade e pistole.
La battaglia fu violenta e caotica. Il Cangrejo cadde.
In fondo alla grotta, incastonata tra i cristalli come se fosse sempre appartenuta a quel posto, c’era la Spilla Cobalto. Piccola. Azzurrissima. Inspiegabilmente intatta dopo chissà quanti anni.
Non erano soli.
Nell’acqua della grotta, ai margini della luce dei cristalli, c’era una figura. La pelle aveva lo stesso colore dello zaffiro; i capelli si muovevano come se galleggiassero sempre, anche fuori dall’acqua. Guardava la spilla con occhi che riconoscevano qualcosa.
Maria Del Carmen Valdés. In carne, o quello che la carne era diventata.
Non disse nulla. Sorrise — il tipo di sorriso di chi ha fatto una scelta e non ci pensa più — e scivolò sott’acqua. I cristalli inghiottirono il blu.
Montes ottenne quello per cui aveva pagato. Il gruppo prese la ricompensa. Cecilia Blazquez, per quella volta, rimase a mani vuote.
Ma fu nel momento della consegna che Montes rivelò qualcosa che non era nei patti: il suo vero nome era José Montes de Valdés. Maria Del Carmen era sua nonna. Non stava recuperando un gioiello per rivenderlo — stava riportando a casa l’ultimo ricordo di una donna che aveva scelto il mare al posto di una gabbia dorata.
Una donna che, a quanto pare, stava benissimo.
La spilla rimase a lui. Il segreto rimase al gruppo.